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È morto Vittorio Gregotti, l’architetto piemontese preso dal Coronavirus

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Ci lascia l’architetto Vittorio Gregotti, dopo sessant’anni di carriera e più di 1660 progetti, tra cui il piano regolatore della città di Torino

Il Coronavirus ha raggiunto anche l’architetto di fama internazionale Vittorio Gregotti, ricoverato a Milano qualche giorno fa per una polmonite. È morto questa mattina, conquistando il triste primato di essere la prima vittima “illustre” del Covid-19 in Italia. Aveva 92 anni.

Nato a Novara nel 1927, Gregotti si era trasferito nel capoluogo lombardo laureandosi al Politecnico di Milano. Dopo i primi progetti per la Triennale di Milano e dopo essere stato direttore delle arti visive e architettura della Biennale di Venezia, si dedicò alla docenza. Ha insegnato, come visitor professor, anche in Giappone, negli Stati Uniti, in Argentina, in Brasile e nel Regno Unito.

Tra i suoi mille e più progetti anche il piano regolatore generale della città di Torino approvato nel 1995 insieme ad Augusto Cagnardi.

Nonostante i numerosi viaggi, i principi della sua professione li ha raccolti dalle terre piemontesi. Nell’ultima intervista concessa a LaStampa ha confessato che oggi come oggi quello che manca è “un valore di fondo, l’idea che questa professione ha alla base un prodotto collettivo e deve rispondere a dei bisogni sociali precisi, legati ai luoghi e alla loro storia”. E alla domanda “dove ha imparato quest’etica?”, Gregotti non esita a rispondere: “a Cameri e a Novara, nella fabbrica di famiglia, dove mio padre mi aveva mandato a fare l’operaio durante le vacanze estive”.

Era amico di artisti, musicisti, intellettuali, da Emilio Tadini a Elio Vittorini, da Umberto Eco a Luciano Berio. E come loro cercava una maniera di “vivere il tempo libero senza finire preda del mercato”.

Era un’architetto per così dire all’antica, cresciuto in un mondo i cui i progetti erano basati sullo scambio e la condivisione di idee. E da qualche anno a questa parte non trovava riscontro nel nuovo modo di concepire la professione, un ambito ormai comandato dai fondi immobiliari. Tant’è che nel 2017 decide di chiudere il suo studio perché, diceva, “l’architettura non interessa più a nessuno”.

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