Torino ha perso oltre 500 bar in sei anni: cosa sta succedendo ai locali di quartiere

Da Alessandro Maldera
Ottobre 04, 2026

In sei anni a Torino sono scomparsi 507 bar, pari al 14,63% delle attività del comparto. Allargando lo sguardo alla provincia, le chiusure salgono a 893.
I dati sui Bar chiusi Torino 2019 2025 emergono dall’ultimo dossier di Confesercenti elaborato sulle informazioni delle Camere di commercio. Dietro le saracinesche abbassate ci sono affitti elevati, rincari dell’energia e delle materie prime, pressione fiscale e cambiamenti nelle abitudini quotidiane.
Ma secondo l’associazione il problema non è soltanto economico: con la scomparsa dei bar i quartieri perdono anche luoghi di incontro e presidi sociali.
La crisi dei bar a Torino:scheda rapida
Riduzione: 14,63%
Torino e provincia: 893 attività in meno, pari al 14,39%
Perdita di ricchezza stimata a Torino: 152 milioni di euro
Torino e provincia: 268 milioni di euro
Piemonte: 575 milioni di euro
In Italia spariscono circa 11 bar al giorno
La crisi torinese si inserisce in un fenomeno nazionale molto più ampio.
Secondo il dossier Confesercenti, tra il 2019 e il 2025 il settore ha perso oltre 24 mila imprese in tutta Italia.
La media equivale a circa 11 bar che scompaiono ogni giorno.
È uno degli effetti più visibili della desertificazione commerciale che sta modificando il tessuto delle città e dei piccoli centri.
In Piemonte hanno chiuso 1.915 bar
Il Piemonte è tra le regioni maggiormente interessate in termini assoluti.
Nel periodo considerato sono scomparsi 1.915 bar.
Alla base della crisi viene indicata una combinazione di fattori che incide soprattutto sulle attività più piccole: affitti elevati, rincari energetici, aumento dei prezzi delle materie prime e pressione fiscale.
Per molti gestori mantenere economicamente sostenibile un locale è diventato quindi sempre più complesso.
Torino perde 507 locali
Nel capoluogo piemontese il dato è particolarmente significativo.
Tra il 2019 e il 2025 Torino ha perso 507 bar, una contrazione del 14,63%.
Considerando anche il territorio provinciale, le attività scomparse diventano 893, con una riduzione pari al 14,39%.
Non è quindi un fenomeno circoscritto a poche vie del centro, ma una trasformazione che interessa l’intero territorio.
Quanti bar hanno chiuso a Torino tra il 2015 e il 2025 →
Una perdita economica da 152 milioni di euro
Confesercenti prova a quantificare anche gli effetti economici delle chiusure.
Per Torino la ricchezza perduta a causa della riduzione dei bar viene stimata in 152 milioni di euro.
La cifra raggiunge 268 milioni considerando Torino e provincia e sale a 575 milioni di euro in Piemonte.
A livello nazionale, l’impoverimento dei territori legato alla contrazione del settore viene stimato in oltre 7,2 miliardi di euro in sei anni.
La crisi colpisce anche i locali storici
La trasformazione è visibile anche attraverso la progressiva scomparsa o trasformazione di attività conosciute da generazioni di torinesi.
Nel centro cittadino e nei quartieri diversi locali storici hanno attraversato chiusure, cambiamenti di proprietà o ristrutturazioni.
Nel materiale viene richiamato anche il caso dello storico Piatti, interessato da cambio di proprietà e lavori.
Situazioni che contribuiscono alla percezione di una città nella quale alcuni tradizionali punti di riferimento stanno cambiando o scomparendo.
E-commerce e smart working cambiano le abitudini
La desertificazione commerciale non dipende soltanto dai costi.
Tra i fenomeni che hanno modificato la vita quotidiana vengono indicati anche e-commerce e smart working.
La riduzione degli spostamenti quotidiani verso alcuni quartieri e una diversa organizzazione del lavoro incidono sui flussi di persone che alimentavano bar e attività di prossimità.
Il risultato è particolarmente evidente nelle zone in cui i locali vivevano soprattutto grazie a uffici, passaggio quotidiano e consumo abituale.
Il peso degli affitti e delle bollette
Per i piccoli esercizi, i costi fissi rappresentano uno degli ostacoli principali.
Affitti, energia e tasse devono essere sostenuti indipendentemente dal numero di clienti presenti ogni giorno.
Quando contemporaneamente aumentano anche i prezzi delle materie prime, i margini diventano ancora più ridotti.
È questa combinazione che Confesercenti descrive come una delle cause principali della contrazione dei pubblici esercizi.
Anche il caffè costa sempre di più
Uno dei simboli della crisi è proprio l’espresso.
Negli ultimi anni il costo del caffè è aumentato anche a causa delle difficoltà produttive registrate in importanti Paesi esportatori come Brasile e Vietnam, colpiti da eventi climatici estremi.
In Italia una tazzina costa oggi mediamente 1,29 euro.
Rispetto al 2021 si tratta di 25 centesimi in più, pari a un aumento del 24,2%.
In alcune città il prezzo supera abbondantemente 1,50 euro.
Quanto è aumentato il prezzo del caffè
Aumento rispetto al 2021: 25 centesimi
Incremento percentuale: +24,2%
Cause indicate: aumento delle materie prime e difficoltà produttive nei principali Paesi esportatori
Il caro-tazzina non basta a coprire i costi
L’aumento del prezzo al bancone non ha però compensato la crescita delle spese affrontate dai gestori.
Il rincaro dell’espresso riflette almeno in parte quello delle materie prime, ma nello stesso periodo sono cresciuti anche altri costi di gestione.
Allo stesso tempo, prezzi più elevati possono incidere sui consumi delle famiglie.
Il bar si trova così tra la necessità di aumentare i prezzi e il rischio di ridurre ulteriormente la domanda.
Quando chiude un bar cambia anche il quartiere
Per Confesercenti la questione supera il semplice dato economico.
Il presidente Nico Gronchi ha sottolineato come la desertificazione commerciale stia modificando la vita quotidiana delle comunità.
Un bar viene considerato non soltanto un’impresa, ma anche uno dei luoghi più semplici nei quali incontrarsi.
Questo vale nei piccoli comuni così come nei quartieri delle grandi città.
Meno locali significa anche strade meno frequentate
Secondo Confesercenti, quando queste attività scompaiono diminuisce anche la presenza quotidiana delle persone nelle strade.
Vie meno frequentate possono diventare progressivamente più spente e perdere quella forma di controllo informale generata dalla presenza costante di commercianti e clienti.
Da qui nasce il collegamento tra commercio di prossimità e sicurezza urbana.
La chiusura di un locale non significa quindi soltanto perdere posti di lavoro o fatturato.
Il bar come presidio sociale
Anche Vincenzo Nettis, presidente di Confesercenti, collega la crisi dei bar al fenomeno più ampio della contrazione delle attività di prossimità.
Secondo questa lettura, la perdita riguarda l’intera comunità perché viene meno un punto di incontro quotidiano.
Nel piccolo comune il bar può rappresentare un riferimento per gran parte degli abitanti.
In una grande città svolge una funzione analoga, ma su scala di quartiere.
FAQ –
Secondo i dati riportati da Confesercenti, sono scomparsi 507 bar, pari al 14,63%.
Considerando anche la provincia, il dato sale a 893 attività, pari al 14,39%.
Nel periodo considerato il Piemonte ha perso 1.915 bar.
Tra il 2019 e il 2025 il comparto ha perso oltre 24 mila imprese, circa 11 al giorno.
Confesercenti stima una perdita di ricchezza pari a 152 milioni di euro in città.
Tra i fattori indicati figurano affitti elevati, rincari energetici, aumento delle materie prime, pressione fiscale, e-commerce e cambiamenti nelle abitudini legati anche allo smart working.
Il prezzo medio indicato è di 1,29 euro, 25 centesimi in più rispetto al 2021.
Perché i bar vengono considerati luoghi di socialità e presidi di quartiere. La loro scomparsa può rendere alcune strade meno frequentate e meno vissute.

Alessandro Maldera
Giornalista, ha collaborato per molti anni con testate giornalistiche nazional e locali. Dal 2014 è il fondatore di mole24. Inoltre è docente di corsi di comunicazione web & marketing per enti e aziende


